Relativamente alla formazione della cultura militare, il ruolo svolto dalle Associazioni Combattentistiche e d’Arma è marginale.
A causa della esiguità numerica degli iscritti residui, falcidiati dalla inesorabile anagrafe, la maggior parte di esse è destinata all’estinzione nel medio periodo, in quanto numerose di esse hanno già raggiunti livelli numerici critici per la sopravvivenza.
Tali associazioni compiono le attività di statuto per lo più mediante e a favore di persone che hanno superato i limiti di età stabiliti per le eventuali necessità della Difesa.

La maggior parte di queste associazioni potrebbe/dovrebbe svolgere soli compiti di trasmissione delle tradizioni, che nel mondo militare sono componenti del concetto di “spirito di corpo”, astrazione che definisce la capacità o attitudine degli appartenenti a una determinata Arma, Specialità o persino unità militare a riconoscersi nel comune bagaglio storico e nella discendenza da comuni predecessori, elevati al ruolo di esempi.
Lo “spirito di corpo” viene tanto più promosso e sviluppato quanto più particolare, speciale e caratteristica è la storia dell’unità.
Giustamente lo “spirito di corpo” è ritenuto il collante che lega moralmente i componenti dell’unità.

Relativamente alle questioni tipicamente militari, quali quelle di consulenza nei temi della Difesa e quelle legate alla formazione e all’addestramento del personale in congedo, il ruolo svolto dalle Associazioni è nullo.
Alcune realtà locali, caratterizzate dalla presenza di dirigenti particolarmente attivi e illuminati, si distinguono per lo svolgimento di sporadiche attività, che vengono definite “addestrative”.
In realtà si tratta quasi sempre di competizioni in cui si svolgono esercizi sulle tematiche militari, prove di tiro con armi da fuoco e poco altro.

Nel panorama delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma italiane, due di esse si caratterizzano per l’avere delle precise convenzioni con lo Stato Maggiore dell’Esercito.

La più nota è l’UNUCI, acronimo che identifica la Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia, che rappresenta gli Ufficiali che hanno terminato il loro servizio.
Fondata d’autorità oltre 80 anni con lo status di Ente di diritto pubblico, è diffusa in tutto il territorio nazionale.
Essa ha per compiti di statuto il mantenimento dello spirito di corpo fra gli Ufficiali, il mantenimento dei legami con i Reparti militari, l’aggiornamento professionale e l’addestramento degli Ufficiali in Congedo.
L’Unione è composta in buona parte da Ufficiali di Complemento congedati delle quattro Forze Armate.
Dopo l’istituzione del servizio militare professionale, l’UNUCI ha stipulato una convenzione con lo Stato Maggiore dell’Esercito per la promozione dell’arruolamento dei riservisti e lo svolgimento di specifiche attività addestrative.

Nonostante questo, le attività dell’Unione continuano a esplicarsi in funzione e a favore della sola categoria di riferimento, gli Ufficiali, e quasi nullo spazio è dato ai riservisti appartenenti alle categorie Sottufficiali e Truppa.
Relativamente alle attività, una buona parte delle attività dell’Unione è del tipo sociale e assistenziale, a vantaggio degli iscritti più anziani.
Viene anche svolta attività culturale, a cui sovente viene attribuita una valenza militare e a cui gli iscritti partecipano vestendo l’uniforme militare, come conferenze storiche e visite sui campi di battaglia degli ultimi conflitti mondiali.
Alcuni iscritti alla UNUCI svolgono le descritte gare di tipo militare.

Va sgomberato il campo da ogni equivoco: solo una quantità numerica marginale degli iscritti alla UNUCI partecipa a questo tipo di attività, sia in funzione di appartenente alla organizzazione degli eventi che in quella di concorrente.
Questa attività, che viene descritta come importante e caratterizzata da grande partecipazione, vede in realtà il coinvolgimento di poche centinaia di iscritti, sempre gli stessi, sull’intero territorio nazionale.
Nonostante tale evidente pochezza, all’interno dell’UNUCI, ai vari livelli, si ritiene soddisfatto con tali attività l’impegno preso nei confronti degli iscritti e, soprattutto, quello preso con lo Stato Maggiore dell’Esercito ai sensi della citata convenzione.

Salvata per un pelo dalla estinzione nel 2008 (l’UNUCI era nell’elenco degli Enti da sopprimere entro 180 giorni dal 1 gennaio 2008) le è stata in seguito imposta una riconfigurazione, stante l’incapacità di provvedere in proprio.
In questo momento a livello centrale vige una particolare situazione, che vede la contemporanea presenza di due Presidenti Nazionali: quello in carica prima della riconfigurazione e quello eletto secondo il nuovo Statuto…
A prescindere da questo l’Unione continua a essere inerte e non intraprende alcuna attività funzionale alla esistenza di un programma di attività effettivamente utili alla Riserva.

Altra Associazione che gode di una particolare convenzione con lo Stato Maggiore dell’Esercito è l’ANPd’I, acronimo che identifica la Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia.
Questa è l’unico organismo in Italia che può svolgere attività di paracadutismo secondo modalità militari.
Queste consistono nello svolgimento di corsi al termine dei quali si effettuano i lanci con il paracadute.
Gli istruttori sono periodicamente verificati e addestrati presso il Centro Addestramento Paracadutismo (CAPar) di Pisa, che è l’erede della Scuola Militare di Paracadutismo.
I materiali (paracadute) e le procedure sono conformi a quelli militari e agli Standard NATO.
Chi completa con successo il corso riceve un diploma di abilitazione al lancio emesso dal CAPar, che è titolo valido per l’iscrizione a matricola e l’impiego dell’apposito distintivo sulla uniforme militare.
La convenzione di riferimento è la 1400.
Con essa lo Stato Maggiore dell’Esercito assegna all’ANPd’I un finanziamento compensativo dello svolgimento dell’addestramento di mantenimento al lancio per i paracadutisti congedati e per la formazione di nuovi paracadutisti.
Anche questo caso rappresenta una incongruenza: il possesso della abilitazione al lancio emessa dal CAPar per tramite dell’ANPd’I non ha, nel pregresso, costituito un reale titolo preferenziale per l’arruolamento o l’assegnazione alle aviotruppe.
Né il possesso della abilitazione al lancio evita il ricondizionamento presso il CAPar, essendo in pratica del tutto irrilevante ai fini dello stesso.

Lo stesso accade ai paracadutisti militari congedati che si sono mantenuti in attività di lancio, i quali vengono a loro volta ricondizionati nel momento in cui fossero richiamati in servizio nelle aviotruppe.
A parte la definizione degli standard minimi, dei parametri e del sillabus, senza che da essa discendano reali benefici per l’Esercito, la convenzione 1400 ha il solo risultato di permettere alla ANPd’I una consistente entrata finanziaria.

Va precisato che la partecipazione ai corsi di abilitazione al lancio avviene previo il pagamento di un corrispettivo di circa 800 €uro da parte di ogni partecipante.
I costi reali sostenuti dall’A.N.Pd’I., per allievo, non sono superiori ai 250 €uro.
Quindi, da un lato l’ANPd’I ottiene dallo Stato Maggiore dell’Esercito il finanziamento dei corsi di abilitazione al lancio e per il mantenimento “in esercizio” degli abilitati, nonostante di tali corsi non si tenga in seguito alcun conto, dall’altro incassa le quote di iscrizione a quelle attività da parti degli interessati alle stesse.
Nella maggior parte dei casi, tali corsi di abilitazione al lancio sono tenuti da iscritti che mettono a disposizione il loro tempo libero e la loro passione per la specialità, permettendo alla tradizione della Specialità di perpetuarsi.

Un altro eclatante caso di spreco di fondi a favore delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma è la istituzione della cosiddetta Assoarma, associazione delle Associazioni, il cui scopo principale sarebbe il coordinamento delle attività e dell’operato delle vari Associazioni.
In realtà, a parte la campagna elettorale per la carica di Presidente di Assoarma, ben poco si sa in merito ai compiti svolti e agli eventuali risultati ottenuti nell’oltre decennio di istituzione dell’organismo.
Al contrario, è generale l’interrogativo relativamente alla necessità, utilità e opportunità dell’esistenza di tale organismo di coordinamento, posto che non si vede traccia di coordinamento e di attività congiunta, a parte qualche raduno di veterani.
E’ superfluo precisare che anche Assoarma è finanziata dal Ministero della Difesa.

Negli altri Paesi europei è in atto da tempo il processo di convergenza degli iscritti alle esistenti Associazioni in nuove strutture di tipo inter-arma e inter-categoriali.
In alcuni Paesi il processo si è già completato.

Queste nuove entità, prontamente riconosciute dai rispettivi Ministeri della Difesa, hanno assunto compiti definiti e precisi nell’ambito dell’addestramento, della informazione e dell’impiego del personale appartenente alla Riserva, con le pre-esistenti associazioni rimaste a svolgere, eventualmente, compiti di tipo sociale e assistenziale a favore degli iscritti residui.
Tale movimento attivato dalla base, in Italia si è espresso in alcuni tentativi, peraltro caratterizzati da insuccesso.
Diverse furono le sigle:

– A.N.R.I (Associazione Nazionale Riservisti d’Italia), la prima a nascere in ordine di tempo e forse la più attiva;
– A.R.d’I.(Associazione Riservisti D’Italia), contemporanea alla precedente, ha anche essa avuto un ruolo molto importante, in particolare nel Nord-Est d’Italia;
– U.N.U.R.I. (Associazione Nazionale Ufficiali Riservisti d’Italia) praticamente sconosciuta;
– Team Italia, nata da dell’A.N.R.I. e attiva localmente per breve tempo;
– A.N.C.d’I. (Associazione Nazionale Congedati D’Italia), interessante esperimento, ultimo in ordine di tempo, di “joint operation”. Fu creata a metà anni ’90 dalla “fusione” di A.N.R.I. e A.R.D.I.

Le suddette associazioni nacquero e crebbero circa alla metà degli anni ’80.

Tali Associazioni non potevano non risentire dello scenario dell’epoca e in funzione di quello agirono e si addestrarono gli aderenti.
Le attività furono molteplici, incentrate sull’addestramento militare “convenzionale”, quindi gare di pattuglia e di tiro, paracadutismo, montagna, attività anfibia, NBC, Primo Soccorso, etc., che avevano utilissime ricadute anche nel settore della Protezione Civile.
ARd’I e ANRI raggiunsero livelli di capacità piuttosto elevati, giungendo a organizzare attività competitive internazionali che ottennero un certo successo.
Paradossalmente, se il tanto sospirato “riconoscimento” non arrivò in Italia, stava però per arrivare dalle Riserve della Germania Federale: utilissimo e intenso fu lo scambio d’esperienza con i riservisti tedeschi.
Le Associazioni di riservisti italiani, infatti, si attivarono immediatamente nella creazioni di relazioni internazionali con le corrispondenti associazioni straniere.
Così si giunse alla partecipazione alle attività militari all’estero, fra cui “Cambrian Patrol”, “Swiss Raid Commando”, esercitazioni della NATO in vari Paesi europei e le gare di pattuglia a Fulda e Mittenwald.
A tali attività hanno solo recentemente partecipato squadre di militari in servizio italiane, i cui appartenenti in alcuni casi hanno avuto addestramento specifico per potervi partecipare.
Ora, stanti i numerosi impegni, per l’Italia, alle descritte attività partecipano ormai solo militari congedati.
In virtù di tutto questo ci sono stati riservisti italiani che ebbero la ventura di “girare” l’Europa a bordo di carri armati e elicotteri e di essere incorporata, sia pur per breve tempo, in Eserciti NATO.
Il patrimonio di conoscenze acquisite fu incalcolabile, il morale e l’entusiasmo erano alle stelle…

Tuttavia, ogni medaglia ha il suo rovescio, come la più bella fra le rose non manca di spine.
Non tutto andò quindi come sperato: furono commessi molti errori e non tutti in buona fede.
Il “riconoscimento” ufficiale non arrivò mai, le Autorità non risposero, ma le colpe non furono tutte della burocrazia governativa.
A bocce ferme, stante il fatto che se non sono ancora state sciolte, come peraltro prevede la legge, stante l’inosservanza di quanto richiede il Codice Civile per le Associazioni, le stesse non hanno mai superato il livello di organizzazione embrionale e, quindi, guidate come erano da un ristretto numero di persone, hanno iniziato a mancare di discussione interna e di democrazia, gli organi sociali non sono mai stati attivati, con gravi conseguenze sulla intera organizzazione, che ne ha sofferto e ne è stata minata.
Il dirigismo dei pur volenterosi fondatori e l’atteggiamento di alcuni iscritti, che hanno concentrato la loro attività sull’aspetto “muscolare” del lavoro, trascurando aspetti altrettanto importanti per la costruzione dei sodalizi e l’immancabile presenza di millantatori e impostori non potevano che portare alle luce tensioni e problematiche, che, irrisolti, non hanno che fatto morire l’intero movimento.
Vi fu confusione tra mezzi e fini, mancanza di una chiara visione della “mission”, di come essa dovesse essere compiuta e di come potessero essere raggiunti i risultati sperati.
La ricerca dell’agognato riconoscimento portò a perdere di vista il proprio ambito naturale, disorientando e allontanando molti degli iscritti.
La preparazione tecnico-fisica non fu sempre all’altezza della situazione, con l’accompagnamento delle relative brutte figure, specie all’estero, all’insegna dello stile “brigata degli allegri campeggiatori”.
Per un certo periodo, però, la “concorrenza” portata dalle nuove associazioni ha costretto quelle esistenti e “ufficiali” a rimettere a registro il proprio modo di operare, portando allo sviluppo di una certa vivacità, che però è durata poco.
Ma l’errore forse maggiore compiuto da queste associazioni fu il non rendersi conto della veloce evoluzione del quadro geo-politico internazionale.
Non furono capite le dinamiche e le conseguenze politico-militari della “caduta del muro di Berlino”, non furono imparate le lezioni delle crisi panamense, dello disfacimento della Jugoslavjia, delle crisi somale ed afgane.
L’orologio della storia iniziò a correre all’impazzata.
All’interno di queste associazioni il tempo si era fermato e esse sono rimaste ostaggio di ricordi non ancora sedimentati in tradizione, della perdita della visione del fine ultimo e orfane della “Guerra Fredda”.
L’attività delle associazioni “Riserviste”, cessò così com’era iniziata, anche se talune sigle resistettero ancora per un pò.
Un immenso patrimonio umano, tecnico e morale fu disperso e sprecato.
In sostanza, le associazioni qui sopra descritte e, per certi versi anche quelle “ufficiali e riconosciute” non capirono, che il soldato moderno non può più limitarsi a essere solo l’espressione di un Corpo o di una Specialità, ma deve necessariamente avere la consapevolezza della evoluzione della società, della economia e della politica internazionale.

La fredda descrizione che precede non deve essere intesa come una reprimenda degli sforzi e dell’impegno che decine di iscritti alle Associazioni Combattentistiche e d’Arma hanno compiuto e tuttora compiono, in perfetta buona fede, in ambito locale.

Qui si imputa alle dirigenze regionali e nazionali di quei sodalizi l’incapacità, se non la mancanza di volontà, di guidare e organizzare in modo organico tali espressioni di dedizione e buona volontà.
Tale atteggiamento passivo nei confronti delle necessità formative dei militari della Riserva è la principale ragione del loro fallimento, in quanto ha reso inefficace ogni azione di proselitismo, non credibile il poco fatto e ha allontanato decine di migliaia di iscritti delusi.

Inseriamo in questo argomento il Corpo Militare della Croce Rossa, caso unico al mondo di Ente della Croce Rossa internazionale a essere organizzato in modo militare, e, per analogia e similitudine, i due organismi di derivazione assistenziale SMOM e CISOM.

Non entriamo nelle lodevoli finalità dei tre enti citati, che a onor del vero, potrebbero essere svolte in toto dal Corpo della Sanità Militare, richiamando in servizio, come in effetti fanno i citati Enti, il relativo personale necessario.

Parte degli appartenenti a quegli Enti, proprio in virtù dell’appartenenza agli stessi, partecipa a gare e eventi addestrativi, per lo più legati al tiro in modalità militare, acquisendo persino brevetti di tiratore scelto.

Tale attività, lodevole per un militare o un riservista, collide con i fini umanitari che ispirano questi Enti e, in ogni caso, rappresentano un eccesso rispetto a quanto chi ha funzioni di soccorso e assistenza sanitaria è tenuto a fare.

Tali eccessi, dovuti a una scarsa azione di controllo degli Enti nei confronti dei propri appartenenti, creano situazioni di imbarazzo, in quanto appare ai più incomprensibile impiegare armi anche pesanti esibendo contemporaneamente il bracciale di neutralità.